
Un percorso variegato e in continua evoluzione quello di Anselmo Bucci, pittore marchigiano, nato a Fossombrone nel 1887. L’ampia mostra monografica a lui dedicata nella città natale si compone di oltre cento capolavori (in parte ancora inediti) che consentono di conoscere a fondo questo artista e la sua poetica. Poetica in continuo cambiamento, in linea con i tempi, eppure contrassegnata da un elemento costante, come ha individuato la curatrice Elena Pontiggia, ovvero “l’allegria”.
Inizialmente sono la vivacità e il dinamismo della vita parigina (Bucci vive a Montmartre dal 1906, dopo aver studiato all’Accademia di Brera di Milano) ad alimentare la sua pittura postimpressionista fatta di cronache cittadine, come si vede nelle incisioni Paris qui bouge (Parigi che corre), dal segno rapido e brioso. Si accosta di lì a poco al Simbolismo con opere più sintetiche e volumetricamente definite nello stile e tuttavia mai malinconiche nei soggetti: da La giovinezza a I maschi, cariche di allegoria e sentimento ludico, alle immagini di viaggio del 1912-13, tra la Sardegna e la Bretagna, la Provenza e l’Algeria, con colori festosi e atmosfere ridenti e assolate.
Bucci è pittore “positivo” anche negli anni della guerra, di cui è fedele cronista dalla trincea, attraverso i suoi taccuini di schizzi, le incisioni e i dipinti, e ancora nel dopoguerra negli anni del “ritorno all’ordine”. Pur rimanendo in contatto con gli amici parigini (Apollinaire, Picasso, Modigliani, Dufy e molti altri), l’artista si avvicina alla cerchia di Margherita Sarfatti ed entra a far parte con Sironi, Funi, Dudreville, Malerba, Marussig e Oppi del gruppo “Novecento”. Conoscitore dell’avanguardia ma fedele alla tradizione italiana, non ha problemi a piegare la sua pittura ad intonazioni classiciste, senza abbandonare la sua vena ironica e scanzonata. Nei Pittori del 1924, Bucci si rappresenta per esempio come un frescante antico con la sigaretta accesa, sarcastico particolare moderno. E ugualmente gioca con la ripresa del mito e le reminiscenze antiche. Si tratta di una vera e propria filosofia di vita incentrata su una visione disincantata e ironica delle cose. E I giocolieri (1922-23), con il saltimbanco che si regge in equilibrio sulle mani, sono la metafora della precarietà umana.
Si addolcisce Bucci negli anni Trenta approdando ad un naturalismo lirico, con dipinti di fiori, animali e paeaggi tra realismo ed espressionismo. Recupera invece il dinamismo e un tratto compendiario nel decennio successivo con le tavole per il Giro d’Italia (1940) e le opere dedicate alla marina militare. Ancora la sua pittura resiste oltre il secondo conflitto e oltre le nuove avanguardie informali, all’insegna della vitalità e della bellezza che si fanno arte, intesa solo e sempre come diario dell’esistenza.
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